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LA GRANDE BELLEZZA

grande-bellezza-verdone-e-servilloIl vestito più bello per coprire un corpo svuotato, segretamente preoccupato di non essere all’altezza dell’abito che porta e minacciato dall’implacabile occhio degli altri, pronti a coglierlo in fallo: la grande bellezza sembra allora l’unica maschera possibile per tutti i personaggi.

Nel suo ennesimo incredibile lavoro, Sorrentino riesce di nuovo a descrivere una fetta di umanità in modo profondissimo, senza descriverla affatto.  Gli dà vita, la lascia libera di raccontarsi nel modo peggiore, ma osservandone sempre le sofferenze e contraddizioni.

Seguire Servillo mentre cammina e fuma sul lungotevere alle prime luci dell’alba e poter sentire quello che sta pensando è il vero miracolo che un bravo sceneggiatore riesce a realizzare.

Nessuna parola, solo l’intuizione nascosta dietro quei passi.

Tra la moltitudine di considerazioni possibili, mi ha colpito una caratteristica del modo che ha Sorrentino di raccontare le cose, per via forse del legame che colgo con il mio lavoro: l’ammirazione e il profondo rispetto per le storie. Il grottesco viene rappresentato continuamente a delineare l’esteriorità dei personaggi, senza però che mai il contatto emotivo con loro che lì si muovono venga meno all’attenzione di chi osserva.  Gep e i suoi amici intellettuali, sembrano rappresentare un gruppo di “sfumature”, di possibili reazioni al tirannico terrore di non avere valore, di non appartenere, di non essere.

Un senso di inadeguatezza aleggia tra i commensali, mentre la regia ce lo mostra delicatamente, senza volerlo affrontare a viso aperto, né esporlo ad un terribile e definitivo giudizio.

Essere un bluff è quello che nessuno mai vorrebbe scoprire di sé e Sorrentino sembra intuirlo bene e perciò se ne tiene alla larga, più interessato all’analisi e alla comprensione delle umane paure.

Una volta un amico mi ha raccontato quello che per me è stata una rivelazione assoluta: nella stesura di una buona sceneggiatura, le storie di ognuno dei personaggi vengono immaginate e scritte per intero, soprattutto la parte delle loro storie che nel film non compare. Viene creata a posteriori una vera e propria storia di vita: viene immaginata e descritta la famiglia, che tipo di madre o che tipo di padre può aver avuto quel personaggio, se ha o no dei fratelli e che rapporti li legano, quali sono stati i principali eventi della sua vita. Viene scritto dove e perché quel personaggio ha imparato a reagire così alla gioia o al dolore, viene scritto come e quando ha scelto quel particolare modo di camminare, di parlare, di vestirsi e di muoversi nel mondo. La sua storia viene insomma pensata e scritta in modo dettagliatissimo, per restare poi solo nella mente di chi racconta. Se infine qualcosa nella storia risulta incoerente è possibile che sia il personaggio a doversi adattare, a dover “giustificare” la dissonanza rispetto alla sua storia.

Una scoperta per me entusiasmante!

Ecco, la potenza de La grande bellezza sta per me proprio qui: nella sensazione chiara e forte che ogni personaggio sia portatore di un percorso, di una storia che viene da lontano e di cui sceglie di condividere solo una parte, sperando intimamente che non venga giudicata.

Il film diventa allora una “finestra” sulla vita di quel personaggio, un momento che ci è concesso di osservare in silenzio.

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Informazioni su Camilla Marzocchi

Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale

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